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La Patagonia tratto dalla Stampa












Patagonia tratto dalla Stampa

Herman Melville, che molti mari ha attraversato, usava Patagonia, triangolo di terra stretto tra due oceani, come un aggettivo sinonimo di estremo. Un luogo, insomma, al di là di ogni confine, periferia del mondo, sprofondo. La catena andina, ad Occidente, tiene a bada il Pacifico e digrada a terrazze verso Oriente, fino all’Atlantico, guardandolo dall’alto di una costa che quasi mai scende sotto i 100 metri si strapiombo.

Un deserto freddo che scivola verso la Terra del Fuoco, punto estremo davvero, lo stretto di Magellano a disegnare stupefacenti scenografie e Cape Horn davanti, ultimo approdo verso il nulla. Un luogo reale che diventa “mitico”, perché, pur nella sua radicale fisicità, spalanca tutte le porte dell’immaginario.
Più quadrupedi bovini e ovini che bipedi umani, ma intrico di storie e, ancor più, di leggende. E fantasmi che si aggirano inquieti, dei quali Bruce Chatwin (In Patagonia) ha ricostruito l’identità. Come, ad esempio, Martin Sheffield, che nel Texas si faceva chiamare sceriffo e comparve da queste parti intorno al 1900. “Somigliava abbastanza a Ernest Hemingway – scrive Chatwin – e vagabondava per le montagne, più povero di Giobbe, su una cavalla bianca, in compagnia di un cane alsaziano. Si ostinava a credere che la Patagonia fosse una propaggine del vecchio West. Lavava le sabbie di tutti i ruscelli in cerca di oro…”. Ma non disdegnava altre occupazioni, come guida e compagno di bevute per esploratori d’ogni risma, tanto da ritrovarsi, in un’occasione, protagonista del dissoterramento dello scheletro fossilizzato di un plesiosauro.
O come Butch Cassidy (che al cinema ha avuto il volto di Paul Newman), che più o meno nello stesso periodo, approdò in Patagonia per seminare gli agenti della Pinkerton che gli davano la caccia, assieme a Sundance Kid e Etta Place (al cinema Robert Redford e Catherine Ross), tutti complici in un menage a trois, oltre alle imprese fuorilegge, molto prima che Truffaut potesse anche solo concepire Jules et Jim.
Sulla fine di Butch Cassidy non c’è alcuna certezza. Ma nessun dubbio persiste sul fatto che in Patagonia abbia passato qualche anno della sua tribolata esistenza. Tanto che Osvaldo Soriano (Pensare con i piedi) ha potuto immaginare che avesse avuto un figlio, diventato protagonista della finale del campionato mondiale di calcio del 1942 giocata in Patagonia, secondo la fantasia dello scrittore argentino, e risolta a pistolettate dal figlio del celebre bandito, rivelatosi sul campo pessimo arbitro ma ottimo pistolero. Quei campi di calcio, Soriano, li conosceva bene per averli frequentati quand’era un centravanti di buone speranze.
Campi difficili da raggiungere su “autobus che bisognava spingere nel fango sulle salite”. Per ritrovarsi, infine, in città coperte di neve e andare a giocare senza neanche potersi riposare. Come successe a Rio Gallegos, dove, in seguito a una rissa, la partita fu sospesa e i giocatori della quadra ospite dovettero passare tre giorni chiusi nella caserma dei pompieri per sfuggire alle ritorsioni dei tifosi locali.

Patagonia terra di frontiera, percorsa, in verticale, da Lorenzo Cherubini, alias Jovanotti, da solo e in bicicletta (Il Grande Boh!), da Puerto Montt sempre più giù, lungo la Carretera Austral, attraverso un saliscendi continuo, coi “sensi ubriacati e saltellanti”. Una sorta di viaggio agli antipodi che è un’immersione in se stesso, chilometro dopo chilometro di sudore e fatica, sotto l’occhio perplesso di mucche che sembrano i Buddha della loro specie. Fino ad approdare alla Terra del Fuoco, nome che rievoca fantasticherie infantili.
Con un po’ di delusione nel constatare che il golfo di Beagle, “un tempo ultima frontiera per avventurieri e marinai coraggiosi o disperati”, oggi è una “nuova frontiera del turismo organizzato che viene a sentire l’odore dell’avventura”. E’ la globalizzazione, baby. Ma non importa. Ciò che più conta, tra la partenza e l’arrivo, è sempre quello che ci sta in mezzo.
 

 

 
 

 

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